giovedì 21 aprile 2016

A chi lo dico io?

“Il suo sperma bevuto dalle mie labbra, 
era la comunione con la terra.
Bevevo con la mia magnifica
esultanza 
guardando i suoi occhi neri
che fuggivano come gazzelle.
E mai coltre fu più calda e lontana
e mai fu più feroce
il piacere dentro la carne.
Ci spezzavamo in due
come il timone di una nave
che si era aperta per un lungo viaggio.
Avevamo con noi i viveri
per molti anni ancora
i baci e le speranze
e non credevamo più in Dio
perché eravamo felici.” 

Ho letto questa poesia di Alda Merini e mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. Tenendo conto che ero in ufficio, posso dire che, da circa 30 minuti, questa è diventata una delle mie poesie preferite.

In queste perfette parole c'è molto di quello che io sono e di quello che io sento. È il bisogno di mettermi a nudo e raccontarmi agli altri. Non ho ancora capito bene perché e in fondo chissenefrega, ma quel bisogno c'è ed è restato lo stesso di quando avevo 12 anni. Le occasioni per farlo però sono sempre meno. Mi manca l'energia di trovare le parole per condividere con precisione quello che sento e che sono (motivo per cui "saperlalunga" langue). Quando ci provo il senso delle parole evapora mentre parlo, come succede quando si raccontano i sogni. E poi mancano le orecchie giuste. Gli amici sono lontani e pochi. Eppure il bisogno di raccontare le mie emozioni e condividere le cose che le suscitano non ha un filo di ruggine. Voglio ancora dimostrare a me stesso e agli altri che il mio cuore è sano, che sono sensibile e vivo, che sono abbastanza forte e egocentrico da fare show delle mie fragilità, che dopo che mi sono squadernato potete tradirmi, pigliarmi per il culo, ballare il tip-tap sul mio cuore, voglio credermi infrangibile, voglio usarvi come un secchio e svuotatemi pure dove vi pare. Siete un pubblico meraviglioso! Ci vuole fegato ad essere poeti ma anche presunzione. 

Le mie lacrime erano anche per la solitudine che vivo da un po' di anni e che i versi della Merini mi hanno ricordato. A chi lo dico quello che mi nasce dentro? Con chi parlo di questa e di altre mille feroci poesie? Dove sei tu che senti quello che sento io? Di questa solitudine, inevitabile per chi, come me, vive in difesa da una vita io oggi soffro. E non mi consola pensare che orecchie per ascoltarmi ce ne sarebbero, che in fondo siamo tutti ladri e donatori, scintillanti e meschini, soli sordi o che ci illuminano tutti, che mangiamo gli stessi semi nella stessa gabbia, che abbiamo lo stesso unico sanguinolento cuore che pompa gli stessi desideri e sussulta, prima o poi, meglio o peggio, per le stesse cose. 

Chiamalo ingoio o Dio, conta solo quello che senti. E a chi, come Alda, ha avuto il fegato e la presunzione di condividerlo, io voglio solo dire grazie. Non sei sola e non smetterò mai di amarti.

martedì 29 marzo 2016

Scuola di improvvisazione

Bisogna stare lì, fermi fermi, a morire. Ma non bisogna stare lì, fermi, perché la morte arrivi prima o arrivi dopo. La morte fa quel cazzo che le pare. Bisogna stare lì perché non c'è altro da fare. Zero opzioni. Semplicemente quel tipo di morte, prima di falciarti il respiro, ti falcia le gambe. E la sua presenza cresce giorno per giorno. Dentro una clessidra di gocce bianche che riempiono una cannula e poi un corpo.

Per ogni persona che sta lì, ferma ferma, ce ne sono tante che aspettano. Aspettano e basta. Non come si aspetta un treno; quello ha un orario e quando sgarra sei informato. L'altoparlante lo misura, lo chiama "ritardo" e si scusa pure. Le persone che aspettano chi sta fermo fermo spesso si fanno sorprendere durante la vita: in un taxi che attraversa Milano, sotto un neon davanti a una cassa automatica, mentre i colleghi ti parlano… è un treno che ti arriva addosso in piena corsa, senza orario, senza vagoni. Una locomotiva sparata, spesso fatta di un solo ricordo che riempie gli occhi di lacrime o annoda la gola.

Così imparo a improvvisare.

giovedì 19 novembre 2015

Post post stragem

In questi giorni in cui anche la più vuota delle noci vuole essere schiacciata, risulterà certamente gradito al mio colto e vastissimo pubblico l'ideazione di un agile decalogo grazie al quale valutare se un post su Facebook o Twitter vale la pena leggerlo prima ancora di leggerlo. Poche, semplici regole per chi vuole perdere tempo sui social ma non ha tempo da perdere. 

Decalogo per post post stragem
Puoi evitare di leggere tutti i post che hanno:

1. Font colorati
Più chiare sono le idee e meno colori si usano per esprimerle. Questo non fa di tutti i testi in bianco e nero dei capolavori ma fa di tutti i testi con più di due colori un contenuto di merda.

2. Ombre sui testi
Chi pensa che sia bello scrivere con i testi con l'effetto ombreggiatura o luccichìo o sfocatura ha la sensibilità estetica di Al Bano. Se non riconosce il bello come può ragionare sull'orribile?

3. Tutto maiuscolo
Chi ragiona non urla. Se mi suonano alla porta, apro e il tipo che ho davanti mi urla "CIAO, COME STAI, POSSO ENTRARE?" chiamo i carabinieri. Non capisco perché su Facebook dobbiamo farci berciare in faccia da chiunque. Chi usa le maiuscole sta urlando e PUO' ANDARE AFFANCULO.

4. Poco spazio
Al cervello serve ossigeno. Quando vedi che le parole scritte rasentano i bordi significa che quel post strabocca di minchiate. Chi mette una parola al limite dell'immagine è come chi mette il proprio figlio sul ciglio di un burrone per scattare un selfie. O è un coglione o ti propone cose perdibilissime.

5. Punteggiatura ad minchiam
La punteggiatura è elemento chiave per capire se sei davanti a un prodotto della testa o a un prodotto del culo. Sei certamente davanti a un culo fumante quando vedi:
- un parola dopo la quale ci sono più di 3 punti di sospensione
- una frase con più di 3 punti esclamativi (massimo sarebbero 3, ma 1 è già troppo)
- uno spazio prima di qualsiasi tipo di punto.

6. Immagini splatter
Non si deve fare. Mai. Ma se sei così coglione da pubblicare l'immagine di un bimbo maciullato da una bomba perlomeno evita commenti. Neppure "no comment". Dopo quell'immagine, nemmeno Leopardi riuscirebbe a scrivere qualcosa di intelligente figuriamoci tu.

7. Renzi o Salvini

8. Soluzioni
Inviti, call to action, slogan, insomma tutte quelle formule semplici e serie che ti invitano a fare qualcosa subito. A parte quella indimenticabile serata del 1923 alla birreria di Monaco con Hitler, di solito nei bar non si prendono decisioni. Si chiacchiera. Quindi per chi propone soluzioni su Facebook - il nuovo bar senza porte del terzo millennio - vale l'adagio: "l'intelligente sa poco, l'ignorante sa molto, il mona sa tutto"

Volevo fare un decalogo ma ho deciso che infrangere gli accordi fa molto "cultura Occidentale", anzi è cosa italianissima. Quindi, per amore della mia identità e patriottismo, il mio decalogo si ferma a otto.



(invitochi si chiede perché ho messo questo video ad andare a 5:20)

sabato 4 luglio 2015

Te saeuda el Toci

(Ti saluta il Tocci)

Conosco Beppe da circa 12 anni. È mio collega. Lui fa codice (credo), io sono un umile genio del contenuto digitale. Lo incrocio qualche volta ai caffè, nel giardino aziendale, nei corridoi. Occhio di ghiaccio, ghigno da Humphrey Bogart, voce da tabacco come piace alle femmine, mi sibila sempre:

"Te saeuda el Toci"

Da 12 anni Tocci mi saluta tramite Beppe. Da 12 anni, tramite lui, lo ringrazio. Mi sta simpatico Beppe anche se o - forse - proprio perché ci frequentiamo poco. Amo quella nostra annusata, veloce come una sveltina, mordi e fuggi senza impegni, col rito di quell'immancabile saluto, ripetuto all'infinito, a questo lontano amico comune, il Tocci.
Giorni fa, io e Massimo siamo alle macchinette aziendali. Arriva Beppe.

"Te saeuda el Toci"

Strizzo gli occhi per ringraziarlo e riporto le mie fauci nella crema della brioche. Massimo ride. Chiedo spiegazioni. Massimo si compiace del fatto che anch'io, come lui, conosco il Tocci. Mi sento circondato. Ma sono amici e con un motto d'onestà, decido di uscire allo scoperto:

Io: "Veramente non lo conosco…"
Massimo: "Ma scusa… perché hai ringraziato?"
Io, rivolto a Beppe: "Beppe, ma chi è el Toci?"

Quando un collega mi chiede "Manda una email a Pinco della sede di Milano" taglio corto e dico "ok". Non so chi sia Pinco o forse sì ma comunque ci sarà tempo, modo, software o colleghi che dopo, con comodo, quando non si potrà più rimandare mi restituiranno, previo ringraziamento, un account, una faccia, una descrizione che mi faranno capire chi è Pinco. Io dimentico i nomi delle persone nel momento esatto in cui si presentano. E odio questa cosa. La trovo maleducata, sciatta, poco seria. Mr Wolf in Pulp Fiction si segna i nomi dei ceffi con cui ha a che fare e - sono certo - è per quello che risolve i problemi. Chi non ricorda i nomi è un fottuto egocentrico, se ne frega degli altri, peggio, è di una pigrizia incurabile. Ai nomi sono attaccate le persone e chi non si sforza di tenerli a mente, meriterebbe la jungla e l'oblio. E così, quella mattina, mi decido:

"Beppe, ma chi è el Toci?"

La mia domanda arriva alle orecchie di Beppe 12 anni dopo il suo primo "saeudo" e il primo mio "grazie". 12 anni di pigrizia, menefreghismo, egocentrismo, superficialità… Beppe sposta i suoi occhi di ghiacco dalla plastica del suo caffè aziendale e li punta sui miei. Il suo ghigno in bianco e nero ora è a colori, è quello inesorabile di Jack Nicholson, quando faceva il custode in un hotel isolato dai ghiacci. La sua è una risposta a tono basso, vibrante, scandita con la calma di chi attende da 12 anni quel momento:

"Queo che te sbora nei oci"
("Colui che eiacula sui tuoi occhi")

mercoledì 11 marzo 2015

Paolo o Carlo?




Il narcotico degno di contrastare il terreno al tabacco è la coca, che pochi anni or sono era appena conosciuta di nome dagli eruditi, ma che ora si va facendo d'un uso più comune, dacché io la introdussi per il primo in Europa nel 1838.

Masticata nella quantità di 3 a 20 grammi ci fa godere di una calma beata e ci rende più atti alle fatiche muscolari, rendendoci assai facile il digiuno. Io, masticando due once circa, potei rimanere quarant'ore senza prender cibo alcuno e senza provare la menoma debolezza.
L'infusione calda di coca fatta con un pizzico di foglie (9-3 grammi) per un bicchiere d'acqua è la bevanda più salubre da prendersi dopo il pranzo, specialmente quando si ha lo stomaco debole e si sono oltrepassati alquanto i confini della temperanza. Il thè di coca preso abitualmente ha l'immenso vantaggio di attutire la sensibilità eccessiva, per cui io raccomando alle creature vaporose e sentimentali del bel sesso.
La coca masticata alla dose di poche dramme ci fa atti a resistere al freddo, all'umidità e a tutte le cause alteranti dei climi e delle fatiche, per cui si dovrebbe caldamente raccomandare ai minatori e a quelli che viaggiano nei paesi paludosi e nelle regioni polari. Questa preziosa foglia ci rende atti a gravi fatiche e ci ristora dell'esaurimento di forze che tien dietro al consumo di correnti nervose, ed io la credo senza esitare l'alimento nervoso più potente.
Usata in alte dosi può render lieta la vita, facendoci passare alcune ore di vera felicità e senza che in questa offendiamo menomamente la morale più scrupolosa.

Chi vuol usare della coca deve sceglierla di buona qualità, essendocene in commercio di pessima*. Essa deve avere le foglie intiere con tre nervature sottili, d'un bel colore verde chiaro e d'un odore aromatico che rammenta il fieno e il cioccolatte. Masticata, cede facilmente al dente ed ha un sapore amarognolo non disgustoso. Infusa nell'acqua calda le comunica un bel color verde, che è tanto più oscuro quanto peggiore è la sua qualità. Questo thè ha un sapore molto aggradevole.

L'oppio usato con moderazione non reca alcun danno sensibile alla salute umana e in molte circostanze è uno stimolo preziosissimo per sostenere le fatiche più difficili e continuate.
Vi sono dolori morali così profondi e amarezze cosi prolungate che senza l'oppio ucciderebbero la vita. È meglio però che nessuno usi dell'oppio o del laudano senza il consiglio del medico.

* la migliore fra tutte è quella venduta a Milano nella Farmacia di Brera diretta dall'egregio signor Erba


IL QUIZ: Quale dei due senatori ha scritto questo testo?
L'AIUTINO: È un testo del 1864

venerdì 20 febbraio 2015

Non fare un cazzo

Un mese di CAR nel vuoto spinto di Codroipo, un mese di CAR avanzato nel vento gelido di Gemona. Da abile suonatore di trombone guardavo alla caserma a cui ero destinato, quella della Fanfara della Brigata Alpina Julia, come a una chimera. Sognavo Udine. E sognare Udine dava senso a tutto: alle flessioni nella neve, alla ginnastica alle 5.30 del mattino, all'inno nazionale cantato nella nebbia, alle irruzioni notturne nelle camerate dei caporali ubriachi, a ordini ragionevoli tipo "NEL CESTINO NON POTETE GETTARE UN CAZZO DI NIENTE", alle raffiche del mio FAL BM59 contro bersagli a forma di uomo. Io resistevo perché sapevo che presto mi sarei crogiolato nel calore della sala prove, avrei obbedito solo ai gesti eleganti del maresciallo direttore e avrei fatto un presentattarm col mio trombone d'oro, fasciato da una divisa tintinnante di ammennicoli penzolanti. Sognare Udine dava senso a tutto.

Arrivo a Udine nella primavera del 1997. Allora, per quanti sforzi facesse il Ministero della Guerra, anche in quell'isola di pace vigeva il nonnismo. In fanfara, poi, ne vigeva uno blando e creativo. C'era il topo-spia (un "topo" che si doveva svegliare prima di tutti e stare alla finestra per svegliare i nonni in caso di controllo), c'era la topo-tartaruga (un "topo" privato di attrito grazie a 4 elmetti a ginocchia e gomiti e che veniva lanciato a tutta velocità lungo il corridoio), c'era il topo-test (un'intervista sciorinata con disinvoltura da un falso ufficiale in mutande e infradito che chiedeva cose tipo: "sei contrario all'AIDS?" al fine di misurare il QI del topo). Col tempo, però, ho capito che non era alla leggerezza che quel nonnismo doveva la sua fortuna. Era per tutti una promessa di futuro. Mentre pulivamo a specchio le camerate, venivamo imbrattati da eiaculazioni di shampoo, venivamo omaggiati con generose manciate di peli di pube, sapevamo che prima o poi sarebbe toccato a noi. Avevamo la certezza che a 2-3 mesi dal congedo, niente e nessuno ci avrebbe più rotto i coglioni. In ogni piccola ingiustizia vedevamo un pezzettino della nostra meritata pensione anticipata.

Oggi il digitale grava sui miei coglioni da oltre 15 anni, quando Flash era il futuro, la call to action si chiamava bottone, la DEM si chiamava newsletter e i meme si chiamavano e-cards animate. In ufficio sono il più vecchio e sento impellente un dovere verso le nuove generazioni che mi osservano: non fare più un cazzo. Oggi dovrei stravaccarmi sul divano aziendale per diventare la dimostrazione vivente che sognare si può e che un giorno, chiuso l'ultimo pdf, non fare un cazzo sarà possibile. Al pralinato di brufoli appena uscito dall'università brevissima che si nasconde dietro il suo sapientino aziendale, al latin lover in erba che mi guarda preoccupato perché la pausa pranzo è finita da 6 minuti, allo stagista deferente che mi saluta ingoiando saliva, a tutti voi voglio dire "tranquilli ragazzi, udito l'ultimo asap, definito l'ultimo KPI, compilato l'ultimo SWOT, chiusa l'ultima conference call, anche per voi ci sarà la luce. Ognuno di voi potrà massacrarsi di Ruzzle nel cesso aziendale dalle 15.00 e alle 16.00. E il morso del senso del dovere sarà come un bacio sulla cappella".

Io sono pronto. Sono pronto a mostrarvi il sogno che meritate, sono pronto a vivere per voi in prima persona, l'ultimo vero, grande futuro a cui ragionevolmente possiamo ambire tutti.

martedì 20 gennaio 2015

Buon Natale!

Vuoi perché ho poca voglia di postare, vuoi perché i multiaccount di Google entravano in conflitto impedendomi la login, vuoi perché sbaglio la password, sento che il mondo mi rema contro e mi obbliga a parlare di Natale un mese dopo.

Ecco quel che volevo dire. In occasione del duemilaequattordicesimo genetliaco di Nostro Signore Gesù Cristo, in una casa montanara farcita di bimbi, un cocker che caca, un gatto sordo dall'ano secco e una suocera annoiata che sprizza energia (l'ordine, giuro, è sparso) Ale, Edo e Mimmo non si sono per nulla fatti pervadere dallo spirito natalizio. Ecco qui un breve report delle loro performance:

Ale mentre Mimmo è in lacrime steso a terra
Eh, Mimmo... è la vita!

Mimmo al nonno

Che fiori vuoi che ti porti sulla tomba?

Ale a me

Papà, cosa sono i giovanisti? Bè, tu non lo sei!

Edo a messa

Non era buonissimo 'sto corpo di Cristo.

Mimmo scartando pacchi
Io credo in Babbo Natale perché voi non vi potete permettere tutti questi regali.

Edo a colazione
Ora sono pieno di sogni ma da grande, forse, mi toccherà fare un lavoro di schifo come il tuo